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Riflessioni sulla Musica Moderna

di Francesco Barbabella 

La musica moderna rappresenta un’importante sfida per la semiotica, fosse anche solo per sviscerarne simbolismi culturali, leit motiv ed astuzie di produzione. Mi vorrei concentrare su quest’ultimo aspetto, forse troppo spesso sottovalutato. Quando ascoltiamo un brano di musica moderna, sia esso rock, jazz, metal, pop o quant’altro, bisogna distinguere tra ascolti live ed ascolti da supporto (LP, MC, CD, etc.): nel primo caso assistiamo ad un concerto od almeno ad una performance dell’artista; nel secondo siamo di fronte ad una situazione comunicativa mediata (non è la musica dell’artista o della band che arriva direttamente a noi, ma una loro registrazione, che sia su supporto analogico o digitale). Accade spesso che sia proprio questa seconda modalità a decretare il successo e le vendite dei musicisti in gioco: un buon pezzo che raggiunga una heavy rotation e che abbia una grande distribuzione avrà ottime possibilità di divenire una hit in termini di vendite. Eppure, per soddisfare le esigenze del pubblico odierno c’è bisogno non solo di un buon spunto creativo melodico, ma anche di una buona produzione. Le moderne tecnologie applicate al campo discografico rendono possibile: (a) la registrazione multitraccia delle canzoni, laddove ogni strumento viene registrato separatamente dagli altri e poi mixato insieme a tutte le altre tracce; (b) la modifica delle tracce audio registrate, alterandone caratteristiche ed aggiungendovi particolari effetti e sfumature; (c) la registrazione di più tracce audio di uno stesso produttore/musicista. Se (a) permette una precisione assoluta in termini ad esempio di tempo, stacchi e battute, (b) e (c) sono di gran lunga più interessanti. Nella differenza tra un live ed una registrazione non possiamo fare a meno di precisare che: (1) non tutti gli effetti creati su disco sono riproducibili tramite strumenti od altri apparecchi (pedali, distorsori, modulatori, etc.); (2) non tutte le singole tracce sono riproducibili perché potrebbero essere prodotte da uno stesso musicista incapace di riprodurre più tracce contemporaneamente. Prendiamo ad esempio una canzone di pochi anni fa, in testa per diverse settimane alle classifiche di vendita italiane e straniere: “Bring me to life” degli Evanescence. Il pezzo, su cui si possono levare variamente critiche od apprezzamenti a livello creativo, ha saputo imporsi sul mercato (la band era all’esordio). L’autrice del testo e della musica è Amy Lee, cantante e pianista del gruppo: la formazione prevede oltre alla Lee due chitarristi, un bassista ed un batterista. Con una band di questo tipo, in un concerto potremmo analizzare una canzone con sei diverse tracce (voce, piano, due chitarre, basso, batteria). “Bring me to life” era pensata inizialmente per la sola voce della Lee, ma in fase di realizzazione del disco venne aggiunta (su pressione della casa discografica) una voce maschile, quella di Paul McCoy (cantante degli 12 Stones): ne esce fuori un duetto irripetibile, dal momento che McCoy non partecipa alle esibizioni del gruppo (è il secondo chitarrista a cantare dal vivo la sua parte: cambiano dunque voce e stile del cantato). In più: ascoltando bene “Bring me to life” si “scopre” che Amy Lee si sdoppia tra voce principale e cori che compaiono in momenti specifici del brano. L’accento dei cori conferisce enfasi al testo ed un diverso senso emozionale che se comparisse la sola voce principale. Inoltre, questo sdoppiamento di un ruolo chiave come il cantante crea di fatto una situazione di artificialità che l’ascoltatore, consciamente od inconsciamente, percepisce ed a cui reagisce di conseguenza nel suo processo interpretativo (in una situazione “naturale”, non possiamo emettere più voci contemporaneamente). Facendo una semplice ricerca on line si scopre come il testo della canzone sia dunque sottovalutato, semplificato, ridotto a qualcosa che, in sostanza, non è. Un approccio più analitico alla canzone può portare alla fissazione del testo verbale di “Bring me to life” in qualcosa di simile all’Allegato: in questo esempio, ogni traccia verbale (McCoy, Lee e cori) è pensata come ad un flusso ininterrotto di parole e silenzio della voce principale (importanza della notazione delle battute anche nel testo), su cui si sovrappongono o si alternano di volta in volta le altre voci. Solo in un approccio del genere od analogo, svincolato dalla linearità di lettura, può aiutare uno studio sulla parte verbale in sé e sulla sua relazione con la parte strumentale e musicale. Si deve dunque spezzare la convinzione per cuiil testo di una canzone sia paragonabile ad una poesia: questo fatto, al giorno d’oggi, è messo in discussione dalla duplicazione delle voci, dalla sovrapposizione di più cantati e dall’editing audio capace di manipolare il suono in maniera sempre più invadente ed illimitata.

Scarica l'allegato: "Bring me to life"

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